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Diario | Insight |
 
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12 marzo 2009

«Vaticano: Rivedere i libri di testo per costruire la pace»

“I testi scolastici dovrebbero essere rivisti, affinché non contengano materiale che possa offendere i sentimenti religiosi di altri credenti, a volte attraverso una presentazione errata di dogmi, di visioni etiche o di ricostruzioni storiche di altre religioni”. Sembra un’enunciazione da manuale del politicamente corretto, invece è una dichiarazione ufficiale del Vaticano. Per l’esattezza, la nota congiunta che la Santa Sede e il comitato permanente di al-Azhar per il dialogo tra le religioni monoteistiche hanno diffuso al termine della riunione annuale che lo scorso 24 e 25 febbraio si è tenuto a Roma. (…)
Si tratta piuttosto di prese di posizioni a uso e consumo del pubblico occidentale, dove l’eco è maggiore”. Ma anche al di là dell’“affidabilità” dell’ateneo egiziano, restano insoluti diversi interrogativi sugli intenti di una dichiarazione che affronta un tema tanto delicato. Ovvero, se l’auspicio di rivedere i libri di testo delle scuole è rivolto anche ai Paesi islamici o il discorso in realtà intende puntare unicamente all’Italia e all’Europa, per quanto in maniera velata; se con questa presa di posizione si può aprire un nuovo fronte polemico all’interno della storiografia dopo i conflitti fra gli storici di diverso orientamento; ma soprattutto se l’intenzione di rivedere i testi scolastici non esponga la ricerca storica al rischio di manipolazioni e pressioni su temi sensibili e “di confine”, come le Crociate o il conflitto arabo-isrealiano. (Il Velino)


«Se l'Onu vieta di criticare l'Islam»


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permalink | inviato da UnpoliticallyCorrect il 12/3/2009 alle 0:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa

6 febbraio 2009

«Financial Times: “Papa danneggia i rapporti con altre religioni”»

Roma, 6 feb. (Apcom) - "La fallibilità del Papa": titolo eloquente quello scelto dal 'Financial Times' per un editoriale sulla vicenda dei lefebvriani, che ha sollevato numerose critiche dopo la pubblicazione di alcune dichiarazioni del vescovo negazionista Richard Williamson. "L'ha fatto di nuovo": inizia così l'editoriale, ricordando l'errore commesso dal Vaticano e dal Papa nel settembre 2006, quando il Pontefice pronunciò a Ratisbona alcune frasi su Maometto che provocarono l'immediata reazione del mondo islamico. Il Financial Times ricostruisce quindi gli sviluppi delle ultime due settimane, dalla revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, alle dichiarazioni di Williamson, alle proteste del mondo ebraico. "La sua richiesta di unità della Chiesa - scrive il quotidiano britannico - è perfettamente legittima, ma mentre cerca di accogliere questa frangia di estrema destra, è sempre stato molto severo con i teologi liberali. Lui equipara il pluralismo e la libertà religiosa al relativismo etico e alla degenerazione della liturgia cattolica. E ancora, fuori dai consigli della Curia Vaticana dove si registrano idee simili, le sue azioni appaiono una forma di assolutismo, in cui la sua nozione ottusa dell'unità della chiesa romana cattolica è messa al di sopra del rispetto delle altre religioni". "Per riparare al danno fatto ai rapporti dei cattolici con gli ebrei, e prima ancora con i musulmani, ci vorrà più di una dichiarazione", conclude il quotidiano.

11 gennaio 2009

«Ci vedremo in piazza Dar-Al-Islam»

Intervista a Bat Ye'Or

(…)  “Da tempo viviamo in Europa in una condizione imposta da leggi straniere. Chi scrive di islam oggi in Europa è costretto a proteggersi, a nascondere la sua identità, a rinunciare alla libertà di parola, in violazione delle nostre stesse leggi. E’ un’aggressione alla quale ci rifiutiamo di rispondere, ma se andrà avanti così rischiamo di essere troppo deboli per sopravvivere a un conflitto di civiltà legato alla nostra stessa identità”. La sharia si insinua nel Vecchio continente, e non da ora Bat Ye’or.

La massa di musulmani genuflessi in ordine geometrico militante sul sagrato del Duomo di Milano o di San Petronio a Bologna sono per lei l’ultima plateale conferma della perdita di identità dell’Europa. “I musulmani agiscono in totale violazione delle leggi e dello spirito europeo. Pregano apertamente per Hamas invocando la distruzione dello stato di Israele. In principio, dopo la Shoah, in Europa nessuno ha il diritto di auspicare la scomparsa dello stato ebraico. Ma i musulmani – o meglio quegli estremisti che scendono in piazza per bruciare la stella di David e invocare Allah akbar, considerano l’Europa come Daral- Islam, come terra di sottomissione.

(…)  Davanti alla metamorfosi delle piazze europee in luogo di fede e militanza politica jihadista, la prima responsabilità dunque è dei nostri politici: “Hanno creduto che l’odio antisraeliano si sarebbe rivolto soltanto contro Israele. Non hanno capito che quell’odio, invece, era diretto contro l’occidente e avrebbe finito per distruggere la stessa Europa. Quando l’islam arriva e dice che Gesù era un profeta musulmano, come pure Abramo, Mosé, David e Salomone, e tu non puoi difenderti con le tue leggi e i tuoi principi, finisci per soccombere e accettare il tribunale della sharia come hanno fatto gli inglesi: così invece di integrare in Europa gli immigrati di religione musulmana, finisci per islamizzare l’Europa”.

(…) I politici europei sanno benissimo cosa succede, dice Bat Ye’or. “Hanno ambasciate, spie e agenti a sufficienza per conoscere la mentalità islamica molto meglio di noi, e i problemi del rigetto delle altre culture. Ma non vogliono la guerra e per evitarla, di fronte a fenomeni come il jihad e il terrorismo, l’hanno prima negata, poi si sono alleati con quelli che li volevano distruggere. Hanno preteso, come ha ammesso di recente il senatore Cossiga, che il governo italiano, ai tempi della Democrazia cristiana, collaborasse coi terroristi palestinesi. (…)

La novità in tutta questa vicenda è che, davanti all’universalismo islamico, l’ecumenismo cattolico, per una volta, risulta del tutto impotente. Lo dimostra l’ambiguità della chiesa, mentre un alto prelato paragona liberamente la striscia di Gaza a un lager nazista. “Sul piano morale questo è un punto assai importante e ha ben ragione Sandro Magister a sottolinearlo” dice Bat Ye’or. “Sono vari fattori a spiegarlo non solo l’antisemitismo, ancora molto pregnante nella chiesa, sebbene il cristianesimo debba tutto al giudaismo; ma soprattutto il fatto che la chiesa, se vuole proteggere i cristiani che vivono in paesi arabi arretrati come l’Egitto, o fanatici come la Siria e l’Iraq, è costretta a prendere le distanze da Israele. Le comunità cristiane sono molto vulnerabili: vivono in ostaggio alle masse musulmane che li odiano e sono costrette ad accettare enormi umiliazioni e sacrifici pur di restare lì. E poi, altro fattore, ci sono i beni della chiesa, monasteri, conventi, seminari, che potrebbero venir incendiati o confiscati, mentre i preti cristiani che s’aggirano disarmati fra i musulmani, sarebbero facilissimi da aggredire. Nasce da qui l’atteggiamento di conciliazione che la chiesa mostra nei confronti del mondo musulmano. In fondo, non volendo affrontarne l’ostilità islamica, anche lei come l’Europa si protegge con la politica del dialogo, che però anche ne suo caso è fatta di negazione e concessioni”.  (Il Foglio via Informazione Corretta)


(Il Giornale)

E guardate questo video. (Grazie a Dolomitengeist)


9 gennaio 2009

«La preghiera islamica è sempre politica»

«Viste da New York, Milano e Bologna ormai sono perdute»

“La preghiera islamica davanti al Duomo e a San Petronio equivale al messaggio ‘noi musulmani stiamo vincendo’”. Così Franco Zerlenga, che ha insegnato Storia dell’islam alla New York University, commenta le foto delle adunate di sabato. “In Europa – spiega – abbiamo creato un mostro senza saperlo. Per gli islamici si tratta sempre di una conquista. I musulmani arrivati dalle ex colonie inglesi cercavano di adattarsi alla nuova realtà, ma i loro figli, negli ultimi vent’anni, attraverso le scuole islamiche, sono cresciuti con la volontà di riportare tutto come era al principio, quando Maometto era capo di stato. Spesso gli europei hanno agito con codardia, mentre gli islamici dichiarano apertamente da che parte stanno. Contro Israele”. Per Zerlenga non esiste un islam politico e uno religioso, così come non esiste l’emigrazione islamica: “Contrariamente a quanto scritto da Gad Lerner su Repubblica, è semplicemente il primo passo del jihad. L’islam si sposta in un altro paese per dominarlo”.

Proprio come fece Maometto. L’integrazione è così finta che non esistono nemmeno i musulmani italiani: “Parlano italiano, ma la loro fedeltà è soltanto all’umma, la comunità politica dei credenti musulmani”. Nel paventare la possibilità di un dialogo interreligioso fra le due fedi monoteiste – smentito da Benedetto XVI –  si sprecano i paralleli fra il Dio della religione cristiana e quello islamico. Che però non reggono, perché “Allah chiede la sottomissione degli infedeli”. A mancare, nel rapporto fra cristianesimo e islam, è la reciprocità. “Non esiste perché gli islamici si ritengono superiori. E hanno usato le stesse modalità per secoli: arrivano, conquistano e dominano. Per questo Joaquìn Navarro Valls sbaglia a sostenere che la preghiera musulmana davanti alle chiese rappresenta la nostra libertà”. Quello lanciato all’ombra della Madonnina è un messaggio più forte del raccoglimento religioso perché la preghiera islamica è sempre politica: “La moschea non è soltanto un luogo di preghiera, ma di attività politica. I musulmani conquistano gli spazi pubblici per motivi politici. Contrariamente a quanto sta accadendo alla cultura occidentale, i musulmani sono semplicemente coerenti con la loro identità, quella sancita dal Corano. Per questo gli islamici non potranno mai accettare il nostro quinto comandamento, ‘Non uccidere’”.

Secondo Zerlenga quella che accetta incondizionatamente le manifestazioni altrui è una concezione sbagliata del liberalismo. “Garantire agli islamici la libertà – dice – come suggerisce l’ex portavoce di Giovanni Paolo II non significa permettere loro di voler distruggere Israele. La tolleranza può esistere soltanto fra due elementi che stanno sullo stesso piano. Mentre l’islam non considera Israele e l’occidente al suo stesso livello. Quando Navarro Valls parla dei ‘mezzi espressivi’ usati dai fedeli islamici per esprimere il loro dissenso dimentica che non tutte le espressioni sono uguali, anche se si utilizzano modalità democratiche. Una manifestazione antisemita resta tale”. Così come sbaglia a considerare un segnale positivo l’abbigliamento occidentale dei fedeli islamici in preghiera. “La dissimulazione – spiega – è l’unico tipo di integrazione dei musulmani in Europa”. (Il Foglio)





qui

6 gennaio 2009

«Vaticano: Turbamento per quella preghiera»

CITTÀ DEL VATICANO — «Guardi, a me la preghiera di per sé non disturba, si figuri. Se un musulmano venisse a San Pietro a pregare che dovrei dire? La gente che prega fa sempre bene. Però...». Il cardinale Renato Martino, presidente del pontificio Consiglio della giustizia e della pace e del Consiglio per i migranti, si concede una pausa. È in quel «però» che c'è tutto il disagio della Chiesa per le immagini dei musulmani in preghiera in piazza del Duomo, a Milano, o davanti a San Petronio a Bologna, il tutto dopo le manifestazioni antiisraeliane e antisemite con striscioni che equiparavano la Stella di David alla svastica nazista. In Vaticano non si desidera certo inasprire i toni, i tempi sono già abbastanza difficili. Però... «Ciò che mi ha infastidito e turbato sono proprio quelle bandiere di Israele bruciate, quei cartelli, la preghiera dopo una simile manifestazione di odio», riflette il cardinale. Ecco il punto: «L'essenziale è lo spirito con cui si prega. E la preghiera esclude l'odio».  

A Bologna è stata durissima la reazione del vescovo Ernesto Vecchi, vicario generale della diocesi: «Non è una preghiera e basta. È una sfida, più che alla basilica al nostro sistema democratico e culturale — ha detto al Resto del Carlino —. Abbiamo avuto la conferma che c'è un progetto pilotato da lontano. Cosa prevede? L'islamizzazione dell'Europa. Se ne accorse il cardinal Oddi, tra i primi. E aveva buone fonti». (…) [G.G. Vecchi, Corriere]


(Bologna, Basilica di San Petronio - Affresco di Giovanni da Modena)

19 dicembre 2008

«Vaticano: sì a nuove moschee in Europa»

Roma - Sì alla costruzione di nuove moschee in Europa, purchè siano rispettose dell’ambiente umano e culturale circostante. Il vero pericolo è infatti rappresentato da un Islam che rimane sotterraneo e nascosto la sua maggiore visibilità invece costituirà un elemento di maggiore sicurezza per tutto l’Occidente. Sono queste le impegnative affermazioni del cardinale Jean-Pierre Ricard, arcivescovo di Bordeaux e vicepresidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee). (…) Sì alla moschea, no al minareto. In concreto, spiega, "in alcuni Paesi la costruzione dei minareti per l’invito alla preghiera suscita fastidio e ostilità. Per questo si dice sì alla moschea, no al minareto". In merito ai timori che la costruzione di nuove moschee possa costituire un pericolo per la sicurezza del continente, il card. Ricard ha quindi affermato: "I rischi saranno maggiori quanto più l’islam rimarrà sotterraneo e nascosto. Rendere, al contrario, questa religione più 'ufficiale' e visibile contribuirà a mio avviso a garantire maggiore sicurezza a tutto l’Occidente". (...) [Il Giornale]

25 novembre 2008

Papa: «Dialogo tra fedi non è possibile»

Città del Vaticano, 23 nov. (Apcom) - "Un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo". Lo scrive il Papa. (…) Espressione, quella dell'impossibilità di un dialogo interreligioso, che viene accolta positivamente dalla comunità ebraica romana. "Credo che bisogna essere molto grati al Papa per questa precisazione e per la giusta chiarezza", dice ad Apcom il rabbino Riccardo Di Segni, a capo della Comunità ebraica di Roma. Ci sono dei limiti insuperabili - aggiunge Di Segni - di ciascuna fede che vanno rispettati. Al di là di questo è giusto invece il dialogo fra culture".
Da parte sua, l'Ucoii (Unione delle Comunità e organizzazioni islamiche in Italia), sottolinea come "occorre precisare cosa il Papa intende dire con dialogo interreligioso in senso stretto. "Il dialogo fra credenti esiste - dice Izzeddin Elzir, portavoce dell'Ucoii - certamente non dialoghiamo sulle nostre fedi, perchè ognuno crede in ciò che crede, ma dialoghiamo su come possiamo convivere insieme, ciascuno nelle proprie diversità".

22 novembre 2008

«Sulla reciprocità»

Alcuni esponenti del mondo ecclesiastico, politico e culturale hanno dunque formulato, implicitamente o esplicitamente, il ragionamento che segue: la concessione della libertà religiosa in Italia ai musulmani deve essere vincolata ad un principio di reciprocità, ovvero è necessario pretendere che sia analogamente garantita la libertà religiosa nel «mondo islamico» ai cristiani. Paradossalmente, molti di coloro che agitano tale questione non sono affatto religiosi e si servono del Cristianesimo come vago collante ideologico di un’altrettanto vaga e presunta «civiltà occidentale». (…)

L’argomentazione di coloro che invocano la reciprocità tra musulmani e cristiani cade nel ridicolo quando si trova a doversi applicare in casi concreti. A questo proposito, ad esempio, non si possono imputare ai musulmani italiani, per il solo fatto che sono musulmani, le politiche dei Paesi arabi. La libertà religiosa è garantita ai cittadini italiani senza distinzione di confessione religiosa: dunque gli italiani di confessione islamica, ad esempio, hanno lo stesso diritto a edificare luoghi di culto dei loro concittadini di qualunque religione. È assurdo chiedere ai musulmani italiani la «reciprocità» dei diritti di cui essi godono in Italia, in quanto cittadini italiani, per i cristiani, indigeni o allogeni che siano, residenti in Paesi dove tali diritti non sono garantiti.

Finora abbiamo messo in luce i numerosi errori formali e le incoerenze di metodo reiterate da coloro che rivendicano la reciprocità, ma occorre entrare finalmente nel merito per dissipare una menzogna ripetuta con tanta frequenza, in buona o in cattiva fede, da essere ormai accettata come verità incontrovertibile da molti: è falso che non vi sia libertà religiosa nei Paesi a maggioranza islamica. Esistono chiese e sinagoghe dal Marocco all’Indonesia, centri religiosi, istituti culturali di matrice ebraica, cristiana, indù, buddista. (…) Sostegno di questo slogan fraudolento, volto ad alimentare suggestioni islamofobiche delineando una situazione drammaticamente immaginaria, si cita spesso un caso particolare: quello dell’Arabia Saudita. Qualcuno ha constatato che in Arabia Saudita «non vi sono chiese perché non vi sono cristiani»; purtroppo, un’osservazione così lineare risulta inconcepibile per la mentalità coloniale di alcune aree culturali dell’Occidente moderno.

Qualcuno si spinge oltre e domanda: «Se c’è una moschea a Roma, perché non si può costruire una chiesa a Mecca?». Ebbene, innanzitutto in Italia c’è una sola moschea ufficiale per un milione di musulmani: esistono pochi Paesi al mondo segnati da una discriminazione religiosa di fatto così netta e grave. In secondo luogo, l’unica moschea ufficiale si trova a Roma, che fino prova contraria è la capitale d’Italia, Stato che riconosce pari dignità ad ogni confessione garantendo libertà di culto ai suoi cittadini, a qualunque confessione appartengano. Non risulta invece sia mai stata avanzata alcuna richiesta di edificare una moschea in Vaticano. Analogamente, i Luoghi Santi di Mecca e Medina sono riservati al rito islamico del Pellegrinaggio, come un unico, vasto tempio che ha per tetto la volta celeste, e non ospitano manifestazioni esteriori di altre forme confessionali. Non si comprende d’altronde perché un ateo dovrebbe andare a Mecca, se non per una forma volgare di curiosità o di esotismo culturale o di rivendicazione ideologica delle libertà individuali. (…)

Secondo la dottrina ortodossa dell’Islam, un musulmano non può convertirsi al Cristianesimo. Tale divieto è di natura esclusivamente teologica e non implica certo la «licenza di uccidere» il musulmano che eventualmente scegliesse di diventare cristiano. La stessa dottrina cristiana, peraltro, considera «apostati» coloro che si convertono all’Islam, sebbene in maniera del tutto illegittima e addirittura facendo violenza, se possiamo dire così, all’etimologia stessa del termine «apostata», che indica colui che «si volge indietro», e non può certo riferirsi a coloro che abbracciano l’ultima Rivelazione del monoteismo abramico senza in nessun modo rinnegare le precedenti. Sul piano del diritto, dunque, la libertà di culto in Italia è esplicitamente sancita dalla Costituzione e ribadita da varie leggi. Nessuno può usare la violenza per imporre o impedire una conversione, e rimproverare un tentativo simile ai musulmani col pretesto che la dottrina islamica non ammette l’apostasia è come accusare i teologi cristiani di voler sterminare i golosi perché ne collocano la smodata passione alimentare tra i vizi capitali.

In ogni caso, è necessario comprendere che non sempre la reciprocità è auspicabile e che non tutte le reciprocità sono buone. Altrimenti non saremo dissimili dallo sciocco protagonista di una storiella araba molto diffusa, che era stato colpito da un lutto. Ad un amico che lo consolava, lo sciocco rispose: «Che Dio mi conceda di ricambiarti!». (Tratto da islamicita, Abd al-Nur Distefano)

6 novembre 2008

«Vaticano, al Forum cattolico musulmano anche una convertita»

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 5 nov - E' la prima donna e la prima persona convertita all'islam a guidare la Islamic Society of North America, la piu' importante organizzazione musulmana del Nord America; ma per Ingrid Mary Mattson, professore di studi islamici al Macdonald Center for Islamic Studies and Christian-Muslim Relations dell'Universita' di Hartford, nel Connecticut, partecipare al Forum islamo-cristiano in corso in questi giorni in Vaticano ha un significato particolare: si e' infatti convertita all'islam dal cattolicesimo. La professoressa Mattson preferisce dire che si e' convertita ''dall'indifferenza''(…). Nei suoi studi si e' occupata di schiavitu', poverta' e del rapporto tra legge islamica e societa'. Sposata con due figli, la Mattson all'indomani dell'11 settembre si e' impegnata per spiegare sui media americani che l'islam ripudia la violenza. Il terrorismo e la violenza, dichiaro', ''sono un grande peccato nella teologia islamica. Sono proibiti dalla legge islamica e non sono giustificabili''.

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